"Vi hanno detto che sono un avversario da uccidere,

ma voi ignorate che il mio sogno era
"Patria, pane e giustizia"

per tutti gli spagnoli, specie per i miseri e diseredati.

Credetemi! Quando si sta per morire non si può mentire "

(José Antonio Primo de Rivera

rivolto al plotone di esecuzione prima di morire)

giovedì 13 aprile 2017


José Antonio Primo de Rivera y Sáenz de Heredia naque il 24 aprile del 1903 –Madrid- anche se le sue radici famigliari lo vincolavano alle terre gaditane di Jerez de La Frontera.
Era il Maggiore di cinque fratelli che furono orfani della madre nel 1908.
Membro di una famiglia di tradizione militare, studiò alla facoltá di Diritto presso la Universitá Centrale di Madrid, dove si laureò nel 1922.
Essendo figlio del dittatore che governó la Spagna fra il1923 e il 1930, restó totalmente al margine dell’ attivitá politica fino alla morte del padre, morto nell’ esilio parigino appena alcune settimane dopo di rinunciare alla carica e dal quale ereditó il marchesato di Estella.

Con il solo scopo di rivendicare la sua memoria, duramente attaccata dai rappresentanti della vecchia politica, partecipó al progetto della Unión Monárquica Nacional, organizzazione politica di breve durata.

Cercó di  ottenere uno seggio a Madrid nelle elezioni alla Camera dei Deputati del 1931 motivato dal filale proposito, peró fu sconfitto, dovendo, da quel momento, limitare le attuazioni pubbliche in difesa della opera della dittatura con interventi come avvocato in vari giudizi.

Fu arrestato nel 1932 come sospetto di collaborazione con la rivolta capeggiata dal generale Sanjurjo, ma alla fine fu prosciolto da ogni colpa.

La ripulsa verso le vecchie formule politiche lo portó ad interessarsi al fenomeno fascista, partecipando nel 1933 con l’ unico numero del giornale El Fascio con un articolo che preconizava un nuovo modello di Stato sociale.

Creó poco dopo il Movimento Español Sindicalista (MES) con il famoso aviatore Julio Ruiz de Alda, organizzazione che entró in contatto immediatamente con alcuni membri del Frente Español (FE), creata da seguaci di José Ortega y Gasset.

Il progetto politico di José Antonio fu maturando durante i mesi successivi fino a che, alla fine, si presentó nel madrilegno Teatro de la Comedia il 29 ottobre 1933. Alcuni giorni dopo il nuovo movimento fu registrato con il nome di Falange Española (FE).

Iniziava unai febbrile attivitá politica, contemperando l’ esigenza della consolidazione del nuovo movimento con la carica di deputato, giacché, nelle elezioni del 1933 ottenne il seggio, come independente, con la candidatura conservatrice presentata nella circoscrizione di Cadiz.
Nel febbraio del 1934,  FE si fuse con le Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalista (JONS), e da quel momento la organizzazione viene diretta da una giunta di comando con forma di triunvirato alla quale appartengono José Antonio Primo de Rivera e Ramiro Ledesma Ramos sotto la presidenta di Julio Ruiz de Alda.
Peró il linaggio del suo nome, la piattaforma parlamentare e la sua efficace personalitá, fecero di José Antonio dal primo momento, il máximo rappresentante di FE de las JONS, essendo finalmente proclamato capo nazionale del partito nell’ ottobre del 1934.
Nella misura con cui crescevano, le file falangiste si liberarono di molti monarchici che appesantivano il progetto politico di Jose Antonio. Ma sará l’ uscita di Ramiro Ledesma che fisserá il punto di inflessione determinante nella traiettoria del pensamento joseantoniano, sempre di piú allontanato del corparativismo fascista. Dal suo seggio segnaló le vere cause della rivoluzione di ottobre del 1934, descrisse il problema del sentimentalismo catalano, si oppose alla controriforma agrícola disegnata dai conservatori e criticó duramente la corruzione dei politici radicali. Nonostante la risposta lanciata dal Fronte Nazionale sul pericolo marxista che si sospendeva sulla Spagna, la sua voce non fu ascoltata dalla destra, in maniera che i candidati falangisti si presentaron soli ai comizi celebrati nel febbraio del 1936, senza ottenere seggio alcuno.
José Antonio fu arrestato, assieme alla maggior parte Della Giunta Politica Della FE de las JONS, il 14 marzo del 1936 con l´accusazione di associazione illegale, che fu respinta dai tribunali.

Ma, trattenuto in carcere per sollecito delle autoritá governative del Fronte Popolare, non recuperó la libertá.

Mentre i suoi camerati erano perseguiti, incarcerati o assassinati, José Antonio dovette affrontare vari processi, finché , il 5 giugno del 1936 fu trasferito alla prigione di Alicante, dove si trovava al prodursi l’ Alzamento il 18 di luglio.

Desideroso a porre fine alla tragedia Della guerra, si offrí a mediare con i sollevati al fine di stabilire un regime di salvezza nazionale, ma la sua offerta non fu considerata dal Governo repubblicano.

Giudicato per ribellione, fu condannato a morte e fucilato all’ alba del 20 novembre del 1936. Alcune ore prima lasció scritto sul suo testamento «Magari sia il mio sangue l’ ultimo sangue spagnolo che si versi in discordie civili».
Terminata la guerra, i suoi resti furono portati al Monastero di San Lorenzo del Escorial.  Lí riposarono fino a che il 30 marzo del 1959, furono sepolti davanti l’ altare Maggiore Della Basílica Della Santa Croce del Valle dei Caduti, dove giunse portato a spalle dai suoi camerati, di cui molti non ebbero l’ opportunitá di conoscerlo in vita.
Sul granito della lapide che lo ricopre, semplicemente appare inciso il nome col quale é passato allla storia: José Antonio.

LA PRIGIONE DI ALICANTE DOVE FU UCCISO IL 20 NOVEMBRE 1936
 LA CELLA



LA SUA DIVISA DA CARCERATO

IL TESTAMENTO di  José Antonio Primo de Rivera

Condannato  ieri a morte, chiedo a Dio che –seppure non mi esamina dal giungere a questo passo- mi aiuti a conservare fino in fondo la decorosa rassegnazione con la quale prevedo la mia fine e, nel giudicare la mia anima, usi il metro non dei miei meriti ma della sua infinita misericordia.
Mi assale ora lo scrupolo se  se sia per  vanità  o per eccessivo attaccamento alle cose  terrene  che desidero rendere conto dei miei atti : però, siccome ho conquistato la fede di molti miei camerati in misura superiore ai miei meriti (troppo ben conosciuti, fino al punto di scrivere questa frase con la maggior sincerità e semplicità) ed avendo inoltre spinto molti di loro ad affrontare rischi e responsabilità enormi, mi sarebbe sembrato una manifestazione di somma ingratitudine l’allontanarmi da loro senza una parola di spiegazione.
Non è il caso qui di ripetere quello che ho spesso detto e scritto su come noi fondatori volevamo che fosse la Falange. Mi sorprende  che ancora dopo tre anni, la stragrande maggioranza dei nostri compatrioti persista nel  giudicaci senza nemmeno aver cominciato a capire e perfino senza essersi procurata né accolto la minima informazione.
Se la Falange  si consoliderà come organizzazione duratura, spero che tutti percepiscano il dolore per il tanto sangue è versato al  non essersi aperta per noi una breccia di serena comprensione  tra rancori e antipatia. Spero che questo sangue versato mi assolva dalla colpa che mi spetta nell’ averlo provocato e che i camerati, che mi hanno preceduto nel sacrificio, mi accolgano come l’ ultimo di loro.
Ieri, per l'ultima volta, ho spiegato al tribunale che mi giudica cosa è la Falange. Come in tante altre occasioni,  presentai come prove i vecchi testi della nostra dottrina. Ed una volta ancora osservai che moltissimi visi, all’ inizio ostili, si illuminato, prima di stupore e poi di simpatia. Nelle loro sembianze mi sembrava di leggere: "Se avessimo saputo che era questo, non saremmo qui" E certamente, non saremmo stati li, ne davanti a un tribunale del popolo, ne gli altri morendo sui campi di Spagna. Ma ormai non era più l’ora di evitare tutto ciò, perciò mi limitai a ripagare la lealtà e il coraggio dei miei camerati, suscitando nei loro confronti l’ attenzione rispettosa dei nemici.
Ho mirato solo ha questo e non a guadagnarmi con orpelli la postuma reputazione di eroe. Non mi sono reputato responsabile di tutto né mi sono adeguato a nessuma altra variante del momento romantico. Mi sono difeso con tutti i migliori mezzi offertimi dalla mia professione di avvocato, tanto profondamente amata e coltivata con tanta assiduità. Chissà forse non mancheranno in futuro i commentatori che mi vitupereranno per non aver preferito la fanfaronata. Perciò ciascuno fa come vuole.
Per me, a parte il fatto di non essere il protagonista di quanto succede, sarebbe stato mostruoso e falso consegnare –senza averla difesa- una vita che ancora poteva essere utile e che Dio mi ha dato non perché la bruciassi in olocausto alla vanità, come un castello di fuochi artificiali. Inoltre sapevo che con la mia difesa non avrei commesso nessun atto riprovevole o compromettente per alcuno, mentre invece potevo aiutare a difendere i mie fratelli Margot e Miguel processati con me e minacciati di pene gravissime. Siccome il dovere della difesa mi ha indotto non solo a certi silenzi ma anche a formulare certe accuse fondate sul sospetto che io sia stato isolato di proposito in una regione resa  tranquilla e sottomessa, dichiaro solennemente che non ho potuto assolutamente provare questo sospetto che, nato nel mio spirito per la necessità di spiegazioni esasperata dalla solitudine, ora davanti alla morte non può e non deve essere mantenuto.
Ancora una cosa desidero rettificare. L’ isolamento assoluto nel quale vivo da poco dopo l’ inizio degli eventi fu interrotto solo da un giornalista nordamericano che, ottenuto il permesso dalle autorità carcerarie, mi chiese una dichiarazione. Erano i primi di ottobre.
Fino a cinque o sei giorni fa, quando mi comunicarono le accuse processuali istruite contro di me, non conoscevo le dichiarazioni che mi erano state attribuite perché non avevo la possibilità di vedere i periodici che le avevano stampate. Ora, al leggerle, dichiaro che tra i vari paragrafi attribuitimi –non fedeli in modo corretto nell’ interpretazione del mio pensiero- ve ne è uno che rifiuto completamente : quello che accusa i miei camerati della Falange d’aver avuto nel movimento insurrezionale la cooperazione dei “mercenari portati da fuori” . Io non ho mai detto nulla di simile e ieri l’ ho dichiarato decisamente davanti al tribunale, sebbene il dichiararlo non mi favorisse.
Io non posso ingiuriare delle forze militari che alla Spagna hanno prestato eroici servizi in Africa. E nemmeno da qui posso rimproverare alcuni camerati, non so se ora saggiamente diretti o no, che sicuramente cercano di interpretare con la migliore buona fede le mie direttive e dottrine di sempre, nonostante la distanza e l’ incomunicabilità che ci separa. Iddio faccia si che la loro coraggiosa ingenuità non venga mai usata per scopi diversi da quello in favore di una Spagna grande e forte come la sogna la Falange.
Possa il mio l’ ultimo sangue versato nelle discordie civili, e il popolo spagnolo tanto ricco di buone qualità intrinseche possa finalmente ritrovare nella pace, la patria il pane e la Giustizia.
Credo che nulla più mi interessi dire della mia vita pubblica. Per quanto riguarda la mia morte, la aspetto senza millanteria , perché non è allegro morire alla mia età, ma anche senza proteste. Accettala Dio Nostro signore per quello che comporta di sacrificio per compensare  in parte quanto di egoista e di vano vi sia stato nella mia vita. Perdono con tutta l’ anima chi mi ha potuto danneggiare ed offendere, senza alcuna eccezione e chiedo il perdono di tutti quelli ai quali ho arrecato qualche danno, grande o piccolo che sia.
Compiuto questo dovere, mi accingo a disporre le mie ultime volontà con le seguenti
CLAUSOLE
Primo: Desidero  essere sepolto secondo il rito della religione Cattolica, Apostolica, Romana che professo, in terra benedetta e sotto la protezione della Santa Croce.
Secondo:  Nomino miei eredi in parti uguali i miei quattro figli: Miguel, Carmen, Pilar e Fernando Primo de Rivera y Sáenz de Heredia, con diritto a suddividere  tra essi la parte di doveva morire prima di me senza lasciare discendenti. Se  invece li avessi lasciati, passi a loro in parti uguali quella quota che sarebbe spettata al fratello morto prima di me. Questa disposizione vale  anche nel caso che la morte di un mio fratello avvenga prima della consegna di questo testamento.
Terzo : Non conferisco alcun legato ne impongo ai miei eredi alcun obbligo giuridicamente esigibile; però li prego di :
A) Prendersi cura totalmente, con i miei averi, del benessere di nostra zia Maria Jesus de Rivera y Orbaniera la cui abnegazione materna e l’ affettuosa fermezza, durante i ventisette anni che è vissuta con noi, non potremmo compensare con tesori di gratitudine.
B) Dare inmio ricordo alcuni beni e oggetti personali ai miei compagni dello studio legale, specialmente a Rafael Garceran, Andres de la Cuerda e Manuel Sarrion, tanto leali ed efficienti per lunghi anni, così pazienti con la mia incomoda compagnia. Ad essi e a tutti gli altri la mia riconoscenza e la preghiera che mi ricordino senza troppa irritazione.
C) Distribuire alcuni oggetti personali tra i miei migliori amici, che i miei fratelli conoscono bene, e specialmente quelli che più a lungo nel tempo e più intensamente hanno condiviso con me le gioie e le avversità della Falange Spagnola. Essi e gli altri camerati occupano in questo momento un posto speciale nel mio cuore.
D) Dare gratifiche a mio nome al personale da molti anni al servizio nella nostra casa, che ringrazio per lealtà e al quale chiedo perdono per i fastidi che ho arrecato.
Quarto : Nomino esecutori testamentali e contabili, insieme e per il tempo di tre anni, con le massime attribuzioni usuali, i mie intimi amici di tutta una vita : Raimundo Fernandez Cuesta y Merelo e Ramon Serrano Suner, ai quali in modo specifico chiedo:
A) Che esaminino tutte le mie carte private  e distruggano quelle di carattere personalissimo , quelle di contenuto puramente letterario e bozze o progetti in via di prima elaborazione, così come qualsiasi opera proibita dalla Chiesa o di lettura nociva che potesse trovarsi fra le mie carte.
B) Che riuniscano tutti i miei discorsi, articoli, circolari, prefazione di libri, etc., non per pubblicarli –a meno che non lo ritengano opportuno- ma perché servano come documenti giustificativi quando verrà studiato e dibattuto questo periodo della politica spagnola nel quale i miei camerati ed io abbiamo avuto tanta parte.
C) Che provvedano con urgenza a sostituirmi negli incarichi professionali che mi erano stati affidati con l’ aiuto di Garceran, Sarrion e Matilla, e alla riscossione di alcuni onorari dovutimi.
D) Che con la maggior fretta ed efficacia possibile facciano recapitare alle persone e alle istituzioni danneggiate, alle quali mi riferisco nella introduzione di questo testamento, le solenni modifiche ivi contenute.
Per tutto ciò da ora vi ringrazio di cuore.
In questo contesto ho redatto le mie ultime volontà in Alicante il 18 Novembre 1936, alle cinque del pomeriggio, testamento che consta di tre pagine oltre questa, tutte numerate, datate e firmate sul margine.
Nel 1939 fu ritrovata ad Alicante  la tomba   con le spoglie di  Josè Antonio Primo De Rivera  e dei quattro camerati con lui fucilati : Vincente Munoz, Luis Seguros, Ezequil Mira e Luis Lòpez. La bara fu translata all' Escurial  prima della tumulazione definitiva  nell’ Abadia de la Santa Cruz nella Valle de los Caidos.


 LA TRASLAZIONE DELLA SALMA









 FRANCISCO  FRANCO AD ALICANTE SUL LUOGO DELLA FUCILAZIONE



Valle de los Caídos o Abadía de la Santa Cruz del Valle de los Caídos  è un monumento costruito fra il 1940 e il 1958 situato nel municipio di San Lorenzo de El Escorial, nella Comunità autonoma de Madrid, in Spagna. Si trova a 9 km a nord del Monastero dell'Escorial nella Sierra di Guadarrama. Il complesso appartiene al Patrimonio Nazionale spagnolo dal 1957, anno della sua apertura al pubblico. Ideato dal Caudillo di Spagna Francisco Franco per la sepoltura di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola morto durante la guerra civile spagnola e di altri 33.872 combattenti che appartenevano ad entrambi gli schieramenti opposti nel conflitto civile. Secondo il decreto di fondazione del 1º aprile 1940, il monumento e la basilica si costruirono per: "perpetuare la memoria dei caduti della nostra gloriosa Crociata [...] La dimensione della nostra Crociata, gli eroici sacrifici che la Vittoria comporta e la trascendenza che ha avuto per il futuro di Spagna quest'epopea, non possono restare perpetuati dai semplici monumenti con cui sogliono commemorarsi in paesi e città i fatti salienti della nostra storia e gli episodi gloriosi dei suoi figli."
Successivamente Francisco Franco decise diversamente, e il monumento fu dedicato a perpetuo ricordo dei caduti di entrambi gli opposti schieramenti.
FRANCO DEPONE UNA CORONA DI FIORI SULLA TOMBA
DI JOSE' ANTONIO NELLA VALLE DE LOS CAIDOS